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NECESSITA' DELLA LOTTA
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Don Alberione, in questa meditazione predicata ad Alba il 28 ottobre 1931 (Alle Figlie di San Paolo 1929-1933 vol I, pp. 207-211), insiste sulla necessità di far guerra ai propri difetti. Dice infatti essere questo un dovere per l’uomo in quanto tale e non solo in quanto cristiano. Per il religioso, poi, la lotta è un vero e proprio imperativo morale: o vincere o morire. Il merito comunque non risiede nel risultato bensì nella lotta stessa. Ieri sera abbiamo guardato in faccia il nostro difetto predominante. Dite, l’avete conosciuto? Avete conosciuto il nemico fra i sette? Avendo conosciuto il nemico bisogna ammazzarlo, stendere il laccio e prenderlo. Vediamo dunque quanto sia necessario il combatterlo, prendendolo proprio per il collo, come dice S. Francesco di Sales, e strangolarlo: “Per diciotto anni ho preso la mia collera per il collo” diceva questo grande santo. Vediamo intanto, la necessità della lotta. È necessario combattere il difetto principale? È necessarissimo e molti sono i motivi, ma specialmente tre: motivi umani, motivi cristiani, motivi religiosi. Dobbiamo cioè combattere come uomini, come cristiani, come religiosi. 1. Come uomini: cioè come persone del mondo; ancorché non fossimo cristiani, ma pagani, turchi o ebrei, bisogna combattere i difetti. Aristotile, Seneca, Socrate, Cicerone, le dottrine e gli insegnamenti degli egiziani, cinesi e turchi, dicono che dobbiamo vincere certe passioni perché se esse prendono il sopravvento, rovinano l’uomo; ad esempio la superbia ci rende ridicoli e non più amati; l’invidia rode e fa morir lo stesso invidioso; l’avarizia fa morir di fame; l’impurità genera rimorsi e pene; il pigro stesso soffre della sua pigrizia; il goloso muore per la sua golosità. La passione assecondata ci castiga già in questa vita; o vinciamo questa nostra passione, oppure ne saremo vinti. I nostri progenitori per la loro superbia mangiarono il frutto proibito e, saggi com’erano, divennero ignoranti: non simili a Dio, ma simili ai bruti. Che caterva di pene dopo il peccato! Caino uccise per invidia il fratello Abele, ma dopo il delitto non ebbe un giorno di pace: ovunque vedeva il sangue del fratello. Il superbo può essere temuto, ma non amato, tutti lo fuggono. Il superbo non |
troverà buoni amici, l’invidioso troverà che tutti l’invidiano. Il lussurioso dentro è pieno di rimorsi, fuori è abbandonato da tutti, specie dagli innocenti che lo fuggiranno addirittura. E così sarà del pigro e dell’iracondo. Invece chi vince la superbia è amato da tutti, tranquillo e sereno. Chi vince l’impurità diventerà un angelo e attirerà tutti a sé. Chi vince l’avarizia sarà beato perché “beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei Cieli” (cfr. Mt 5,3). Chi vince l’invidia sarà attorniato di venerazione. Chi vince la gola si attirerà tutte le benedizioni. Guai dunque a una passione non vinta, guai! Chi lotta sarà benedetto e lieto. O vincere o morire. Non vi è via di mezzo. O noi uccideremo le passioni o esse uccideranno la nostra pace, la nostra felicità, la nostra fortuna sulla terra. Vediamo Nerone, Lutero, che esempi terribili! 2. Vincere come cristiani, perché abbiamo un cielo da guadagnare e la passione allontana dal cielo, anzi lo chiude; quindi: o vincere o morire, significa: o paradiso o inferno! Il ricco Epulone dov’è? “Et sepultus est in infernum” (cfr. Lc 16,22). Così Caino, così Giuda. Anche se la passione non è subito peccato grave, assecondandola lo diventa perché può portare a cose gravi. La Sacra Scrittura è piena di esempi di gente che per non aver saputo combattere e vincere le proprie passioni è stata inghiottita dall’inferno. Tutte le passioni sono capaci di condurci all’inferno. Se non si domina un po’ la gola, la pigrizia in cose piccole, si diventa poi schiavi della passione e si può perdere la vocazione ed essere eternamente rovinati. Beato Giacomo Alberione |